Correva l’anno 1989 quando il neo presidente degli Stati Uniti decise di lanciarsi in un progetto bizzarro ma estremamente ambizioso, un progetto “alla Trump” se vogliamo usare altri termini. Il Tour de Trump.Gli ho messo il mio nome perché credo che abbia un grande futuro e credo che mi basteranno pochi anni per farlo diventare più importante del Tour de France” dichiarò il magnate alla partenza della prima edizione.

L’investimento era importante: per il vincitore era previsto un compenso di 250.000$, un premio che all’epoca era secondo solo a quello del Tour de France, tant’è che molte delle squadre che vi presero parte, otto world-tour ed undici professional, snobbarono la Vuelta per andare a correre negli USA. 

Raúl Alcalá, vincitore dell’edizione del 1990, insieme ad un giovane Greg LeMond

Ironia della sorte, a vincere la seconda ed ultima edizione della corsa organizzata da uno che si appresta a costruire un muro al confine col Messico fu Raul Alcalá, un ciclista messicano. “Trump ha voluto dare il suo nome a questa corsa solo per farsi pubblicità. Casinò, alberghi, negozi, qui tutto porta il suo nome.” dichiarò Alcalá dopo la premiazione avvenuta per mano dello stesso Trump.

Purtroppo nel 1991 il magnate andò in bancarotta ed il sogno del “Tour de France in America” si arenò. Nello stesso anno, il Tour de Trump divenne Tour DuPont e fu sponsorizzato da industrie chimiche statunitensi fino alla sua scomparsa nel 1996.

A distanza di anni Alcalá non nasconde la sua scarsa stima verso Trump: “Senza ombra di dubbio le frasi sulla costruzione di muri al confine sono pura propaganda, ma personalmente gli preferisco la Clinton. In ogni caso va riconosciuto ciò che di buono rappresentava quel progetto cioè un investimento concreto ed economicamente importante nel ciclismo, a quello credo sia necessario dare seguito per continuare a sostenere l’intero movimento“.

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