Dan Craven ha saltato il suo massaggio post-gara dopo la corsa su strada. Ha preferito andare al villaggio olimpico a mangiare un gelato e a bere birra. All’improvviso la telefonata: “Hey Dan, si è liberato uno slot per la cronometro, lo vuoi?”.

“NO!”.Non aveva la bici adatta, non aveva i rapporti giusti e non si era allenato per l’evento. Evitare la gogna dell’ultimo posto ultimo posto sarebbe stato un miracolo. “Sarebbe come correre in Formula 1 con un’auto da Rally”.

“Ma quante persone vengono invitate a gareggiare alle Olimpiadi? questo di norma non accade!”, naturalmente non poteva rinunciare. Mercoledì è sceso da quella rampa con una bici da strada Cannondale senza appendici, senza body, senza ruote lenticolari. Lo ha fatto perché è l’unico ciclista a rappresentare la Namibia. Dan pedala per qualcosa che è ben più grande della gloria individuale.

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La prima cosa che dovete sapere su Craven è che lui non è come la maggioranza dei professionisti. Sul viso di Dan c’è sempre un sorriso enorme contornato da quel barbone che ormai è un’icona, è perennemente rilassato e riesce a fare a meno di tutte quelle tendenze maniacali che caratterizzano molti sport d’elite come il ciclismo. In altri termini è colui che si oppone al “lato oscuro della forza”. Nulla avrebbe potuto impedirgli di correre quella cronometro, non la mancanza di qualsiasi equipaggiamento minimamente aerodinamico, non un destino segnato in partenza.

La seconda cosa da sapere su Craven è che viene da una nazione africana scarsamente popolata, la Namibia, e che le Olimpiadi rappresentano un sogno per lui e per il suo paese. “Quando ero piccolo e vedevo dei namibiani alle olimpiadi pensavo qualcosa tipo ‘Wow, allora anche noi possiamo andarci, voglio andarci anch’io’. Va bene, arriverò ultimo, ma ci saranno altri in Namibia che penseranno ‘possiamo farcela anche noi’ e il mio paese continuerà a crescere”.

Così è partito per la sua inattesa cronometro. Era una condanna segnata già dalla prima pedalata e forse per qualche altro pro sarebbe stato imbarazzante, ma non per Dan.

“Se qualcuno pensa che io oggi sia imbarazzato non ha idea di ciò che ho passato” ha dichiarato. “Avrebbero dovuto vedermi, quando ho avuto la sindrome da stanchezza cronica e non riuscivo nemmeno a risalire dall’ultima posizione nel Lincoln GP nel 2013. Dovrebbero sapere per quale stipendio ho pedalato in passato. Questo non è imbarazzante, quello lo è stato.

La decisione di partecipare non è stata istantanea. Craven ha titubato, rifiutando il posto. Gli atleti non amano essere impreparati e il brevissimo preavviso lo ha spiazzato. Non era solo questione di correre una prova a cronometro su una bici da strada. “Noi siamo atleti professionisti e correre una crono olimpica con una bici da strada non è così professionale. Sì, sarebbe una decisione non strettamente professionale”.

“Abbiamo tutti un ego, una reputazione che vogliamo preservare.” Voleva pensarci su.

“Ho iniziato a camminare intorno al villaggio, ho iniziato a riflettere su questa possibilità.  Ho pensato, ‘sto rifiutando di competere alle Olimpiadi. Come … cosa? roba da matti’ “.

Ha inviato un messaggio ad un paio di amici ma la risposta non è stata d’aiuto. Quindi ha twittato: “Ragazzi, voi cosa mi consigliate?” Twitter ha cancellato ogni dubbio ‘partecipa!’.

In fondo, Craven ha sempre saputo che quella sarebbe stata la risposta più giusta.

“In partenza mi sono fissato un obiettivo: non volevo essere ripreso da Christopher Juul Jensen, uno che va forte e che sarebbe partito dodici minuti dopo di me. Tra noi due c’erano sei atleti e a fine gara solo uno di loro è riuscito a riprendermi e per un minuto sono stato seduto sull’hot-seat del secondo classificato. Ho portato la bandiera del mio paese in una crono olimpica, è incredibile!”.

Già,  la bandiera sulla schiena. Un intero paese sulle sue spalle. La Namibia. Una nazione di 2 milioni di abitanti che ha ottenuto l’indipendenza solo nel 1990 e che ha pochi, pochissimi modelli per le generazioni future. Craven sa di essere uno di quelli.

“Ho letto una statistica secondo la quale per ogni 12 turisti in più all’anno, viene creato un nuovo posto di lavoro nel settore turistico del mio paese“, ha dichiarato. “Ogni volta che vengo citato su Eurosport, quante persone che non hanno mai sentito parlare della Namibia si chideono ‘che cosa, dove?’ E cercano su Google? E se cerchi su Google stai giàpensando di visitarla ‘Oh mio Dio, non ho mai sentito parlare di questo posto, ma è incredibile.voglio andarci'”.

“Con un paese che ha avuto poche figure di fama internazionale, è difficile sapere fin dove si possa arrivare. Quando ero piccolo,  Frankie Fredericks (argento nei 100m piani a Barcellona ’92) è stato l’unico a rendere famosa la Namibia in tutto il mondo. È stato fondamentale per me, perché mi ha detto che anch’io potevo. Se non fosse stato per lui sarei rimasto nel grigiore del ‘Oh, i namibiani non possono’ “.

Dan Craven può. E lo ha fatto. Il suo piazzamento finale non conta. Per vincere la sua crono, tutto quello che doveva fare era scendere dalla rampa di partenza e pedalare.

 

 

Fonti:

  • velonews
  • usatoday
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