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Riportiamo la lettera che il  presidente Brian Cookson  ha pubblicato sul sito ufficiale dell’UCI. Parole forti annunciano cambiamenti radicali. La nostra speranza è che non siano solo parole di circostanza.

Ecco la lettera: “Nelle ore e nei giorni successivi alla tragica morte di Antoine Demoitié, molte persone mi hanno contattato direttamente o indirettamente, o hanno commentato sui social media, per esprimere il loro parere e chiedere un intervento. Come Presidente dell’UCI, prendo sul serio questi commenti e sento di avere il dovere di rispondere.

La prima e più importante cosa è offrire la nostra più profonda vicinanza alla famiglia di Antoine e al team. Possiamo solo immaginare come si sentano in questo momento. E noi, tutti noi che amiamo il ciclismo, dobbiamo loro due cose.

Prima di tutto, dobbiamo assicurare che si faccia piena luce sulle dinamiche dell’incidente  – e naturalmentel’UCI coopererà con le autorità preposte a questo compito. Secondariamente, dobbiamo assicurare che tutti noi – l’UCI e chiunque sia coinvolto nel ciclismo su strada – impariamo qualcosa da questo specifico incidente, così come da altri incidenti che hanno causato infortuni a corridori e altre persone negli ultimi mesi.

Un aspetto davvero molto importante di ciò è non saltare a conclusioni senza conoscere pienamente i fatti. Devo dire che, stando ai primi report, quest’incidente non appare come un caso semplice come molti sembrano pensare. Dato che la questione sarà ora oggetto di formali indagini da parte delle autorità francesi (competenti territorialmente), e forse anche di quelle belghe, ho delle restrizioni su quanto posso ufficialmente dichiarare, ma proverò lo stesso ad affrontare la questione.

Come UCI, naturalmente ci assumiamo seriamente le nostre responsabilità, e lo stesso fanno le federazioni nazionali, gli organizzatori, le squadre, e chiunque altro. L’attuale livello nell’organizzazione e gestione delle gare viene da un’esperienza di molti decenni, e si è evoluto notevolmente nel corso del tempo. In parallelo, le condizioni ambientali, sociali, tecnologiche e legali si sono anch’esse evolute, ed è chiaro che oggi una corsa ciclistica deve fronteggiare questioni molto diverse rispetto anche solo a vent’anni fa.

L’UCI ha lavorato nei mesi scorsi con tutti gli stakeholder per rivedere protocolli e regole relative a tutti gli aspetti del ciclismo su strada, e in particolare alla conduzione dei veicoli in corsa, aspetto oggetto di continui aggiornamenti. Ciò include per esempio dettagliate riunioni dei Commissari prima degli eventi World Tour al fine di identificare potenziali rischi, lo sviluppo di avanzate guide operative specifiche per ogni tipo di veicolo della carovana, con focus sul comportamento dei guidatori quando sono vicini ai corridori, l’introduzione di nuove sanzioni applicabili a tutti i guidatori della carovana e non solo ai mezzi dei media, e l’applicazione dal 1° gennaio dell’Extreme Weather Protocol. E abbiamo in corso discussioni attive con le principali parti in causa per arrivare a ridurre le dimensioni del gruppo nelle corse ciclistiche.

Come ho detto, ci prendiamo fino in fondo le nostre responsabilità e non vogliamo dribblarle. Ma aspettiamo di conoscere a fondo i fatti di questo tragico incidente prima di attribuire colpe a qualunque individuo o organizzazione.

Ricordiamo anche il contesto in cui le corse ciclistiche hanno luogo. Per definizione, si tratta usualmente di strade pubbliche, chiuse temporaneamente al traffico. Caratterizzate, per loro stessa natura, da curve, tratti irregolari, strettoie, ostacoli naturali come salite o discese, e ostacoli creati dall’uomo come cordoli, segnali stradali, isole pedonali, dossi artificiali e così via.

Assicurare un passaggio sicuro ai corridori e a tutti gli altri, inclusi gli spettatori, spesso lungo più di 200 chilometri, e al contempo garantire un contesto sportivo in cui il migliore possa vincere senza barare o senza essere aiutato indebitamente, è – per usare un eufemismo – un’impresa enorme. In più aggiungiamoci la necessità che l’evento sia adeguatamente coperto dai media, cosicché gli sponsor delle gare e dei team possano giustificare il loro investimento, sicché penso che voi possiate comprendere il livello di complessità che soggiace all’intera questione.
Questa complessità è, in molti casi, anche una parte stessa dell’attrazione esercitata dal ciclismo su strada. La sfida fisica attraverso il percorso di gara, gli scenari ambientali attraverso cui esso passa, lo spettacolo colorato, la corsa e la sua carovana che si insinua tra città, paesini e campagne – tutte queste cose sono una parte essenziale di questo sport. Infatti, quando vengono rimosse, per esempio quando l’arrivo di una corsa viene spostato dal centro cittadino alle zone periferiche, i tifosi e i media si lamentano proprio per la mancanza di queste caratteristiche.
La questione chiave quindi è, data la natura del nostro sport, come possiamo minimizzare i rischi? C’è una frase che ero solito citare già prima di confrontarmi con questo tipo di questioni: “Per ogni problema complesso, c’è una soluzione chiara, semplice… e sbagliata”.

Problemi complessi richiedono soluzioni complesse. Il fatto è che il ciclismo su strada come lo conosciamo e lo amiamo non può esistere senza motociclette, macchine e altri veicoli, spesso a distanza ravvicinata. Sono lì per svolgere una funzione e tale funzione è direttamente collegata a come e dove sono posizionati in corsa. Molte persone hanno commentato la recente tragedia credendo che la moto in questione fosse lì per effettuare riprese televisive o fotografie: non lo era. Non è neanche un caso di inesperienza del motociclista o un caso di sorpasso in modo spericolato. Come ho detto, non posso dire molto di più, ma il punto che spero di aver chiarito è che se si vogliono delle soluzioni, bisogna indentificare correttamente il problema.

E questa è la difficoltà. Io mi prenderò seriamente le mie responsabilità, come farà l’intera UCI. E chiedo a tutti di fare lo stesso, sì, i piloti delle moto devono assicurare di non interferire con la corsa o causare pericolo ai corridori o ad altre persone. Gli organizzatori delle corse devono assicurare che i loro percorsi siano il più sicuri possibile, vigilati correttamente, segnalati e con i corridori e gli spettatori protetti dalle opportune barriere dove necessario. Chi guida le ammiraglie deve assicurare di farlo in maniera sicura durante la gara, proprio come se stessero guidando con le loro stesse famiglie. I corridori devono assicurare di prendersi la responsabilità della sicurezza propria e di quella degli altri. Ed il pubblico, i tifosi, hanno anche loro la responsabilità di comportarsi correttamente alle gare e non causare pericolo per i corridori. Possiamo tutti pensare a molti incidenti che esemplificano ognuno di questi aspetti, ne sono sicuro.

Quindi, che sia direttamente collegato all’incidente specifico o no, è evidente che dopo questa tragedia dobbiamo concentrarci su tutte queste difficoltà. Nelle prossime settimane l’UCI continuerà il lavoro che sta facendo da diversi mesi per dedicarsi alla sicurezza nel ciclismo su strada. Io anticipo che ci saranno certamente dei cambiamenti nelle regole e nelle raccomandazioni sulla condotta di tutte le persone chiamate in causa. Ma alla fine della fiera, i regolamenti e le raccomandazioni possono regolare il comportamento umano fino ad un certo punto. Dobbiamo ricordare tutti che abbiamo la responsabilità non solo della nostra sicurezza ma anche quella delle persone accanto a noi. Forse l’unica via attraverso cui il nostro sport potrà onorare il ricordo di Antonie Demoitié nel modo che merita.”

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Fonte: cicloweb.it

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