Nasceva il 18 marzo del 1893 uno dei più grandi di sempre. Colui che per la prima volta fece suo il soprannome più “pesante” del nostro ciclismo. Il campionissimo.

“Il campionissimo. Non Coppi. Il primo campionissimo, Costante Girardengo. Ma perchè quel superlativo?

Glielo affibbiò Emilio Colombo, che simpaticamente Gianni Brera alla milanese chiamava el Mili, l’Emilio. Un personaggio straordinario, alto e bello, sempre con addosso una tuta bianchissima sui soliti vestiti, spesso profumato in quei Giri di polvere e fango. Era il direttore della Gazzetta dello Sport, aveva cominciato a seguire il Giro nel ‘10. E Armando Cougnet, il maestro di Torriani nel clan organizzativo, lo ha descritto in maniera splendida: «Sembrava non accusare le dure fatiche di una tappa. Appena arrivato, senza curarsi della propria persona, si buttava a scrivere dalle quattro alle cinque colonne di resoconto e commento della corsa, poi le dettava al telefono, conversava con Fanti e Toffoletti sul modo migliore di comporre il giornale. Ed a lavoro ultimato prendeva il bagno. Così non si andava a cena prima delle nove. Ed a tavola noi tutti del seguito ci mettevamo a forchettate spaghetti e tagliatelle. Colombo sorbiva un brodo, poi ad un piatto di francescana verdura faceva seguire un frutto. La bilancia aveva accusato l’anno prima kg 110 ed egli per calare si sottoponeva ad un regime che osservava scrupolosamente per molti anni, contentandosi di cogliere qualche ghiottoneria nei nostri piatti. Poi il dopocena si prolungava sino alle ore piccole della notte. Noi intimi, che conoscevamo il debole di Emilio, anche se desiosi di tagliare la corda, restavamo attorno al suo tavolo ad ascoltarlo. E lui si compiaceva di questa deferenza».
Ed eccolo in azione, el Mili, al seguito del Giro d’Italia del ‘19, la prima rinascita del nostro paese dopo le nefandezze della grande guerra. Un Giro caratterizzato dal grandissimo entusiasmo di tutti, dalla voglia di vivere, prima tappa da Milano a Trento, un omaggio a quelle genti ed all’italianità di quelle splendide terre. Girardengo sta dominando la scena, vince quella prima tappa ed inizia una recita ad effetto che suscita grandi applausi da parte di tutti. Su dieci tappe se ne aggiudica sette, le ultime cinque consecutive. In classifica i primi sconfitti, Belloni ed il belga Buysse, hanno quasi un’ora di ritardo. Ed a Genova, alla terzultima tappa, Emilio Colombo, mentre lo premia in attesa che arrivi il secondo, sorridendo gli sussurra: «Ma cosa posso ancora scrivere di te, come posso chiamarti?»
Il Gira, scaltro quanto basta ma anche un po’ intimidito dalla statura, in tutti i sensi, del personaggio, replicò così: «Faccia lei, come meglio crede».
E Colombo raggiante: «Ho deciso, ti chiamerò il Campionissimo».
Ecco come nacque quel termine, che poi servì a battezzare il più grande di tutti in senso assoluto, Fausto Coppi.
In quanto a Girardengo, gli avevano invece storpiato quel cognome così lungo
all’apparire in scena nel ‘13, sempre al Giro d’Italia. Aveva vent’anni, stava compiendo il servizio militare a Verona ed era fuggito dalla caserma per andare a vincere il campionato italiano ad Alessandria. Al rientro gli affibbiarono 30 giorni d’arresto. Per sua fortuna un maggiore appassionato di ciclismo lo tirò fuori dal carcere e lui andò a correre il Giro d’Italia, contro i draghi dell’epoca, su tutti Carlin Galetti, che si era aggiudicato gli ultimi tre Giri (compreso quello a squadre). E dopo che il Gira vinse a Campobasso, nella tappa successiva Carlin Galetti lo affiancò per chiedergli, un po’ sprezzante: «Ma come ti chiami realmente, Giribaldengo?»”

Da “100 storie del Giro d’Italia” di Beppe Conti

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