Nous acceptons le tourment, nous ne voulons de vexations, accettiamo la tormenta, ma non le vessazioni. Era questo il clima in cui si correvano le prime edizioni del Tour de France, con un’organizzazione così fortemente votata allo spettacolo che quasi dimenticava le necessità basilari dei ciclisti come cibo, acqua o il diritto a ripararsi dalle intemperie. Erano gli anni in cui agli atleti non era concesso indossare più di una maglia, usufruire di assistenza meccanica o cambiare bici durante la corsa, in caso di incidenti le possibilità erano due: abbandonare la competizione o provvedere con le proprie mani alla riparazione del mezzo, la vietatissima sostituzione del mezzo era una pratica ritenuta antisportiva (anche al Giro d’Italia) perché non tutti gli atleti in gara potevano permettersi due biciclette.

Ciclismo duro ed eroico, ma con l’arrivo degli anni Trenta il patron Desgrange inizia a mostrare maggiore flessibilità, entra in gruppo una rudimentale assistenza meccanica e agli atleti viene data la possibilità di aiutarsi a vicenda.

È il Tour del ’34 ed un pimpante ventenne che di nome fa René Vietto sogna di rivaleggiare per la vittoria finale con il suo capitano Antonin Magne; dalla sua ha già tre vittorie di tappa ed una forza in salita che lo mette una spanna sopra tutti gli altri, se la strada sale è lui il più forte. Alla quindicesima tappa, la prima sui Pirenei, il primo dei fattacci: Magne cade e rompe la ruota anteriore. Vietto si ferma e porge la propria, ma non si adatta alla bici del capitano, interviene il compagno di squadra Georges Speicher che cede la sua ruota a Magne e monta la ruota di Vietto sulla sua bici. I due ripartono, lasciando da solo il giovane René che si siede su un muro di cinta a bordo strada, accanto alla sua bici mutilata, insieme ai due compagni di squadra sono andati via tutti i suoi sogni di gloria, è solo, scoppia in lacrime. Dall’altra parte della strada c’è un reporter de “L’Auto” che prontamente immortala la scena. Si tratta di Jacques Goddet, colui che nel dopoguerra fonderà L’Equipe. René perde 4’ in attesa dell’assistenza, ma nonostante tutto riesce a limitare i danni, giungendo quindicesimo al traguardo, a 4’33’’ dal vincitore di tappa.

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Il giorno successivo René è all’attacco lungo la discesa dal Portet d’Aspect, ma in gruppo Magne incorre in un altro incidente, stavolta alla ruota posteriore. Vietto viene affiancato da una moto che lo informa dell’accaduto, lui non esita, gira la bici e percorre a ritroso la salita per portare la sua ruota posteriore a Magne il quale giunto sul traguardo sminuirà questo gesto, quasi fosse un atto dovuto.

Vietto vince un’altra tappa di montagna, sale a quattro tappe in totale e fa sua la classifica scalatori, ma nelle lunghe cronometro arriva a perdere 59 minuti da Magne che si prende il Tour. “Sono io il vincitore morale” le parole di Vietto al suo capitano, “Forse, ma ti ho dato un’ora di distacco” la secca risposta.

Su “L’Auto” Goddet (l’autore della foto) decide di fare qualcosa di poco convenzionale: celebra le gesta dello sconfitto, calcolando che senza le due soste per soccorrere Magne, Vietto avrebbe guadagnato il necessario per far suo quel Tour. Quell’articolo sortisce due effetti: la stizza del direttore della gara Desgrange che vede minato il suo ”potere assoluto” su corsa e corridori ed una scintilla, la scintilla dalla quale nasce l’amore della gente del Tour per quel fortissimo provenzale.

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L’anno successivo, il ’35, deve essere quello della consacrazione. Forte di un grandissimo appoggio della gente vince la Parigi-Nizza, si classifica quarto alla Roubaix, ma al Tour non va oltre l’ottavo posto.

Importa poco, la gente lo ama lo vuole sui giornali, lo vuole nei grandi eventi e lui non si sottrae; con i premi ottenuti dentro e fuori dalle gare riesce ad accumulare quello che basta per darsi alla vita mondana e dissoluta di Cannes. Desgrange ed ilsuo austero moralismo non gradiscono questi atteggiamenti e gli impediscono di partecipare al Tour del ’36 se non al di fuori della squadra francese. Parte, ma non arriva a Parigi, si ritira prima della montagne.

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Trascorre due anni lontano dalle corse maggiori e nel ’39, con un Europa sull’orlo del precipizio, con atleti italiani e tedeschi impossibilitati a prendere parte al Tour e con un parco partenti estremamente ridotto, Vietto ha la sua chance di vincere finalmente il Tour. Fa sua la maglia sui Pirenei, ma sulle Alpi il belga Sylvere Maes gliela sfila per non lasciarla più. Finisce il Tour, la Germania invade la Polonia. L’Europa è nel baratro…

CONTINUA…

 

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