4 aprile 2010, Fabian Cancellara stravince il Giro delle Fiandre staccando Tom Boonen di 1 minuto e 13 secondi.

11 aprile 2010, Fabian Cancellara stravince la Parigi-Roubaix con 2 minuti di vantaggio su Thor Hushovd.

Maggio 2010, Davide Cassani, durante un servizio su Rai Sport, dichiara: “A 50 potrei vincere diverse tappe al Giro”. Non è impazzito, non sta sognando, molto più semplicemente ha davanti una bicicletta che… pedala da sola…

 

Le biciclette elettriche non sono un’invenzione del nostro tempo, le loro origini risalgono all’inizio del secolo scorso. Lo sviluppo tecnologico ha fatto sì che queste bici diventassero mezzi di trasporto equiparabili ai mezzi a motore e punto cardine di varie tipologie di medicina riabilitativa. Tuttavia non è per fini scientifici che Davide Cassani ed Alessandro Fabretti ci mostrano quella bicicletta, tutt’altro, vogliono semplicemente dimostrarci come lo sviluppo di quelle rudimentali bici del tardo Ottocento abbia preso un risvolto squallido e perverso, tale da rendere possibile l’inserimento del motore all’interno del telaio, nascondendolo alla vista dell’occhio più esperto.

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Uno sviluppo così diabolico che qualche “professionista” potrebbe addirittura pensare di nascondere quel motorino nella propria bici durante una competizione ufficiale.

Il duo di Rai Sport ci fa notare una serie di stranezze, degli X-Files per dirla all’americana (a loro decidere chi fosse Fox Mulder e chi Dana Scully), riconducibili indirettamente alla doppietta Roubaix-Fiandre di Fabian Cancellara, un mare di dubbi legati a movimenti non naturali delle mani sul manubrio, movimenti che, neanche a dirlo, precedono di pochi secondi gli attacchi decisivi per gli esiti di entrambe le competizioni.

Legittimi i dubbi su un qualche “sussidio”, ma non tarda ad arrivare la risposta dell’atleta svizzero, tanto concisa quanto convincente: “È un’ipotesi così idiota che non riesco a trovare parole. Il motore? È dentro di me…”

Lui torna ad essere il campione di sempre, Cassani invece si vede costretto a navigare in un mare di… critiche e frecciatine poco gratificanti…

 

4 settembre 2014, settima tappa della Vuelta, da Alhendin ad Alcaudete, tappa tutta andalusa. Ryder Hesjedal, al secondo posto in un terzetto, sta affrontando una discesa con strada ampia ma polverosa, di quelle tipiche della penisola iberica, e all’imbocco di un curva a sinistra scivola goffamente, il piede resta agganciato al pedale, la bici sembra fermarsi, ma, quando il ciclsita libera lo scarpino, il mezzo riprende a girare molto rapidamente.

Anche questo caso il dubbio è d’obbligo, il movimento infatti è attribuibile a vari fattori, quale l’inerzia dell’intera bici o l’improvviso contatto tra l’asfalto e la ruota ancora in rapido movimento.

 

Passa poco meno di un anno, ma restiamo in Spagna. 31 agosto 2015, nona tappa della Vuelta, da Torrevieja alle ripidissime rampe della Cumbre del Sol (tappa vinta da Tom “bei capelli” Dumoulin su Froome e Rodriguez).

“Tato*! Nascondela, que no la vean, que no la vee nadie!”

Nessuno doveva vedere quella bici. Questo il senso dell’esortazione che il meccanico in ammiraglia Thomas Amezaga rivolge al massaggiatore Ignacio Bernardino detto “Tato”(*), fermo a bordo strada per il rifornimento. La bici in questione è quella del Movistar Imanol Erviti, danneggiatasi poco prima in seguito ad una caduta, riportando la rottura del tubo della sella. Ci piacerebbe pensare che a non dover vedere la bici fossero gli spettatori che solo qualche giorno prima avevano tentato un furto ai danni di Ben King, ma ci rimane difficile.

Dunque la nostra domanda è la stessa che una bambina pone al padre al termine del video: “Porque no quieren que la veen?” già… Perché?

 

Ci femiamo qui. Il caso Femke Van Den Driessche è cosa nota, il timore è che rappresenti solo la punta di un iceberg molto più grande di quanto si possa immaginare.

L’UCI ha dato il la ad un giro di vite fatto di controlli dal sapore di caccia alle streghe, basati su blitz per controlli diretti e di minuziosi rilevatori a distanza, volti a misurare le differenze di temperatura tra parti meccaniche passive e parti attive, cercando fonti di calore dove non dovrebbero esserci. Alla disperata ricerca dell’anomalo, del sovrannaturale, degli X-Files delle due ruote.

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Tutto ciò ha un sapore amaro. Lo stupore, a volte, fa passare in secondo piano quello che è l’aspetto umano dietro questi fenomeni, siano essi legati alla chimica o alla meccanica: un atleta che decide di tradire tutti pur di vincere, dal primo dei compagni di squadra all’ultimo dei fans, tutto ciò per la vittoria, per la fama, per essere considerati dei campioni. C’è un però: la carriera di un ciclista è breve rispetto al resto della sua vita da “ex”,  il tempo per far venire i nodi al pettine è moltissimo e quando ciò accadrà  sarà troppo tardi per rendersi conto che un trofeo, un assegno, una foto con le braccia alzate sono nulla davanti al rispetto della gente, del popolo del ciclismo (ignorante o meno); ciò che si vuole è la genuinità, noi del ciclismo preferiamo un piazzato onesto ad un subdolo dominatore.

P.B.©

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